Stelvio 8 settembre 2012

Sveglia alle 4, tanto non ho dormito quasi per nulla; è il mio secondo trekking, la mia seconda salita a piedi fino a 3000 metri. Inutile negarlo un pò di paura ce l’avevo eccome…
Perchè avevo paura?  beh…  io che vengo dalla soleggiata e bassa Calabria mi ritrovavo per la seconda volta ad affrontare una salita con zaino in spalla, cavalletto, una macchina fotografica nuova e poi il mio ginocchio destro… Il mio malandato e acciaccato ginocchio destro che già la volta prima aveva dato segni di stress e continuavo a chiedermi: “avrebbe retto anche questa volta?”
Comunque l’appuntamento in piazzale Lotto con Mirko Sotgiu e Lorenzo Naddei (nostra fidatissima e simpaticissima guida) era alle 6.30; mi vesto, mi sistemo e preparo i panini. Alle 6 già fuori casa, 6.30 in Piazzale Lotto puntuale come un orologio svizzero! Salito in macchina si parte: direzione Santa Caterina Valfurva in pieno parco dello Stelvio.
Arrivammo alle 10 circa al parcheggio di Niblogo, gli altri ci aspettavano già,  caricate le jeep iniziammo la traversata della Valfurva fino alla Baita del Pastore da dove poi sarebbe cominciata la salita.

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Faceva caldo… nonostante fosse già settembre il sole picchiava ancora duro, ma noi intrepidi escursionisti con la macchina fotografica al collo procedevamo lesti e boccheggianti lungo il sentiero che di lì a pochi chilometri (pochi si fa per dire) più avanti ci avrebbe portato alla meta.

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Ci fermammo un paio di volte per ascoltare gli aneddoti e le bellissime storie di Lorenzo sulla valle  e le utilissime dritte e consigli fotografici di Mirko. Sulla nostra sinistra avvertimmo un rumore sordo. Una nuvoletta si alzò dalla cima di fronte a noi,  era la Cima Thurwieser dalla quale 8 anni prima si era staccata un’imponente frana che avremmo incontrato sul nostro cammino a momenti, evidentemente ancora qualche masso rotola giù alzando un pò di polvere, ma nulla di preoccupante la via è sicura e tranquilla.

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Poco sopra la frana trovammo un bello spiazzo, ne approfittammo per fare una bella foto di gruppo, e visto che ormai si era fatta ora, anche per mangiare qualcosa.
La salita riprende e la pendenza si fa sentire, con gli zaini in spalla ancora di più, io ero stanco ma mancava davvero poco un gruppetto di belle e simpatiche ragazze salivano con me, ancora qualche curva senza alzare mai la testa…  ed eccolo lì il Rifugio V Alpini che fa capolino!

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“Ecco finalmente mi riposo…” mi dissi e invece no… Lorenzo, che al posto delle gambe ha un motore Perkins due tempi da trattore, propose una salita al ghiacciaio ed eccoci un’altra volta a camminare ma il tratto era breve e nemmeno molto difficile. Il ghiacciaio è bellissimo; Mirko ci racconta che negli ultimi anni si è molto ritirato, lui frequenta quel posto da moltissimo tempo essendo oltre che fotografo un validissimo alpinista.
Io scesi un pò prima degli altri al Rifugio volevo distendermi e riposare le gambe ma la luce era troppo bella, troppo romatica… presi il cavalletto e mi dedicai a qualche panorama.

Monte Confinale e Rifugio V Alpini

Al rifugio l’accoglienza è stata stupenda, Elena e Michele sono dei ragazzi fantastici. Finita la cena in compagnia, un’ora dopo eravamo un’altra volta fuori a scattare quelle creste che avevano per corona l’infinito spettacolo della volta celeste, guardai quella meraviglia attraverso l’oculare della macchina fotografica per ore mi sentivo “niente” di fronte a quell’immensità.

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E’ l’alba dopo qualche ora di sonno profondo e ristoratore lo spettacolo delle montagne rapisce completamente la mia attenzione, quella mattina feci di quella zona del parco dello Stelvio uno dei miei più grandi amori montani.

Monte Confinale e Rifugio V Alpini

Partimmo dopo colazione verso il Rifugio Pizzini, di lì a poco un’altra prova mi attendeva: un sentiero stretto e ripido, nulla di difficile per chi è abituato a certi percorsi, ma per me terrone del gruppo abituato a sentieri che nelle nostre montagne in confronto sono larghi autostrade beh… capite bene che la vista di quel serpentello per nulla rassicurante mi fece una certa impressione.

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Ma come ogni cosa tutto passa e tutto finisce anche quel cosino lasciò il posto alla salita per il Passo Zebrù 3005 metri di puro piacere per gli occhi. Arrivato al passo mi resi conto che alcuni dei miei compagni erano rimasti indietro, nell’attesa mi sdraiai dietro un masso per ripararmi dal forte vento e mi addormentai. Dormii per circa 40 minuti, il sonno più piacevole degli ultimi anni, quando Mirko venne a svegliarmi sbadigliai come il leone della Metro Goldwyn Mayer.

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Piano piano iniziai insieme agli altri la discesa verso il Rifugio Pizzini e nel pianoro trovammo un bellissimo gregge di pecore che pascolava tranquillo, mancava davvero poco al punto dove già ci attendevano le jeep per riportarci al parcheggio di Niblogo.

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Ed ecco finì così la mia seconda avventura in alta montagna, grandi emozioni lungo tutto il cammino…
Ma ora vi chiederete sicuramente che fine ha fatto la mia paura! Non ve lo siete chiesti? Ed io ve lo dico lo stesso… mi ha fatto compagnia per tutto il viaggio, mi ha fatto stare attento e vigile ma ha sempre mollato la presa quando poi tutto si faceva più tranquillo lasciando spazio ad emozioni ugualmente intense e positive.
Sono quasi passati tre anni da quel trekking e quella strada l’ho rifatta un bel pò di volte ma sempre con lo stessa immensa emozione.