La mia avventura sul sentiero Orsi

Ho sempre considerato, erroneamente, le Dolomiti di Brenta, delle montagne di serie B. Forse perché non le ho mai frequentate, forse perché per me, aldilà del Sassolungo, del Catinaccio, delle Odle, della Marmolada e di tutte le valli che circondano queste cime non c’era di meglio. Da due anni, da quando Mirko e Lorenzo mi hanno accompagnato lassù, al cospetto di altre rispettabilissime vette e di altrettante vie da percorrere, ho dovuto ricredermi e dunque mi sembra doveroso chiedere scusa al Brenta.

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Siamo partiti sabato mattina presto per trascorrere tre giorni nella catena delle alpi retiche meridionali e percorrere soprattutto il sentiero Orsi, definito da R. Messner uno dei più bei sentieri delle alpi. A metà strada sosta obbligata per un caffè e una brioches e facciamo conoscenza degli altri compagni di trekking. Si riparte quindi alla volta di Madonna di Campiglio ed esattamente verso Campo Carlo Magno e, presa la cabinovia, saliamo al Passo del Grostè. Naturalmente c’è chi alla cabinovia preferisce la salita all-nature e in poco più di un ora ci raggiunge al rifugio Graffer… grande Mirco di Parma. Uno spuntino veloce, qualche foto per scaldarci e si parte verso il rifugio, il sentiero non è difficile, la vista continua sulla Presanella, Carè Alto, Lobbie e i magnifici panorami facilitano  l’andatura. Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il rifugio Tuckett, l’impressione che da è quella di una casa depositata da un elicottero proprio lassù tra le vette.

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La prima cosa che mi colpisce, appena arrivato, è un canalone innevato che da dietro al rifugio si innalza verso la sella, guardando attraverso il teleobbiettivo le persone che stanno faticando per discenderlo sento salire la paura e immagino quale faticaccia  possa essere il doverlo, invece, salire.

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Intanto, il fenomeno dell’enrosadira colora di arancio il rifugio e tutte le vette intorno e noi dopo esserci rinfrescati e aver scelto la “cuccia” per la notte, scattiamo qualche bella foto e ci sediamo per la cena. Mangiamo in fretta, il sole tramonta alla svelta in montagna e non aspetta certo noi per essere fotografato.

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Mentre ceniamo Lorenzo (la nostra guida) ci descrive il programma del giorno dopo, ascoltandolo quasi svengo sotto il tavolo, ci saremmo dovuti alzare presto per approfittare della frescura del mattino che ci avrebbe aiutato a risalire quel canalone innevato che da subito mi aveva turbato, per raggiungere la Bocca di Tuckett e scendere per intraprendere la via del sentiero Orsi. Rimango senza parole per un paio di minuti, ma non ho altra scelta, devo obbedire. Finiamo la cena e, armati di cavalletto, ci posizioniamo a salutare il sole che se ne va confidando in qualche bel colore da immortalare. Non è stato un tramonto indimenticabile, ma qualche buono scatto ce lo ha regalato. Ora attendiamo il buio e  le stelle.

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Qualcuno lungo la salita verso il rifugio ha notato una grotta ed ha deciso di utilizzarla come cornice per le sue foto notturne. Io  sono già abbastanza stanco e, dovendo fare la levataccia domattina, decido di restare con Roberto fuori dal rifugio e di accontentarmi (si fa per dire) di quelle vedute.

Considerato che nei rifugi non dormo praticamente mai, decido di bere una bella camomilla e alle 23,15 ci infiliamo in branda. Naturalmente la camomilla non fa alcun effetto e trascorro le mie ore ad ascoltare il silenzio delle montagne e il russare di qualche mio compagno d’avventura; quando finalmente prendo sonno suona la sveglia: sono già le 5. Ci vestiamo e scendiamo, ci aspetta una colazione all’aperto perché il rifugio a quell’ora è ancora chiuso e così i gestori ci hanno lasciato dei thermos con il the, biscotti ecc… da consumare all’aperto. Non è un problema visto che neppure fa freddo. Terminata la colazione, indossiamo gli imbraghi, raccogliamo le nostre cose e partiamo. Quel lungo canalone che tanto mi preoccupa, ci aspetta.

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E’ la prima volta che indosso l’imbrago, ho qualche problema: non si allaccia, mi da noia, ma la sicurezza lassù viene prima di tutto. L’entusiasmo è comunque a mille. Mi sento un alpinista che alle 6 del mattino parte per arrivare in vetta, ma io devo solo arrivare in cima ad un canalone. Piano piano raggiungiamo la sella senza difficoltà, ricalcando le orme che Lorenzo e Mirko prima di noi hanno lasciato. Sono più tranquillo, la paura è passata, mi sembra di aver già fatto tanto. A questo punto vediamo fuggire un branco di camosci che non si lasciano fotografare e, dopo una ripidissima discesa, iniziamo un lungo traverso che ci porta al sentiero Orsi. E’ proprio all’inizio di questa discesa che Lorenzo, la guida, mi affianca Barbara, una ragazza paziente ed esperta, il mio angelo custode, che per quasi tutta la giornata mi ha seguito come un ombra e mi ha aiutato e consigliato su come superare i tratti più complicati. Attraversiamo un paio di nevai non proprio facili e iniziamo quindi il tratto più difficile e affascinante della giornata.  Anche l’inizio dell’Orsi mi ha intimorito;  bisognava quasi gattonare sulle rocce per guadagnare quota e non era facile, soprattutto con uno zaino pesante come quello che avevo in spalla, carico di attrezzatura fotografica. Ero molto teso e avevo paura di precipitare, nonostante fossimo tutti vicini e ci aiutassimo reciprocamente. Fortunatamente il pezzo difficile è durato pochi minuti, poi il percorso è stato più tranquillo . Abbiamo continuato a camminare in quota, fin quando dinanzi a noi si è aperta la parte più spettacolare del tragitto, una sentiero attrezzato, una cengia a circa 700 m. di altezza che attraversa il costone roccioso.

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Un angolo davvero spettacolare. Quando l’ho visto mi sembrava impossibile da superare, non ho mai fatto di queste cose, e a distanza sembra che il sentiero non sia più largo di un piede, ma così non è lo spazio è sufficiente e si passa con tranquillità. A questo punto provo la più grande emozione della giornata: prendo in mano i moschettoni e li devo agganciare al cavo d’acciaio. E’ la mia prima volta, sono emozionato, li aggancio entrambi, li passo da sotto, mi ingarbuglio, faccio un po’ di casino ma Mirco di Parma mi si affianca e mi spiega come fare.

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In fondo è un gioco da ragazzi, non ci voleva poi così tanto a capirlo. Naturalmente, mentre si cammina, ci si ferma a scattare delle foto. Non si può non far vedere a mogli ed amici dove si è stati e sul più bello,appena cominciato il divertimento, ci si rende conto che la cengia è già  terminata e non ce ne saranno altre lungo il cammino, quasi viene voglia di tornare indietro e rifarla, non me la sono nemmeno goduta, tra una cosa e l’altra è durata un attimo.

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Ma non si può, bisogna proseguire, la strada è ancora lunga. Dopo aver fotografato la targa che indica l’inizio del sentiero Orsi, anche se noi l’abbiamo percorso  dall’altra parte, iniziamo il lunghissimo traverso che ci porta verso il rifugio Tosa-Pedrotti. senza titolo-193

Passiamo sotto il Campanil Basso, una bellissima torre di roccia alta 2883 m. e la Busa degli Sfulmini.  Appena sopra la metà del  Campanile ci sono un paio di omini che, lentamente, stanno guadagnando la vetta. Provo a fotografarli, ma sono davvero microscopici, troppo lontani. senza titolo-205

Ci lasciamo il Campanile alle spalle e proseguiamo lungo il sentiero che superata una curva apre la vista sul rifugio Pedrotti, sembra troppo in alto per poterlo raggiungere, non ce la faccio più, sono stanco e ho male ai piedi. Roberto mi fa coraggio, Barbara mi aiuta e fermandomi ogni dieci metri riesco ad arrivare anche lassù. Mi tolgo lo zaino dalle spalle e mi siedo a tavola con gli amici. Un bel piatto di penne al ragù e una bottiglia di acqua mi rigenerano. Devo far tornare le forze, perché, essendo già stato l’anno scorso su alla Bocca di Brenta,ricordo benissimo quanta strada ci sia ancora da fare.

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Ripartiamo per l’ultima salita, 20 minuti di fatica e siamo in cima alla Bocca di Brenta. Vedute spettacolari da entrambi i lati si aprono ai nostri occhi, ma soprattutto alle nostre reflex. Si scatta di continuo, a volte ci si sdraia a terra e sulle rocce per trovare inquadrature originali. Ma bisogna scendere, Lorenzo ci invita alla prudenza. Il canalone è innevato ed è possibile scivolare. Troviamo molta meno neve dello scorso anno, questa volta è emerso un sentiero attrezzato che ci facilita la discesa.

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In poco tempo arriviamo al rifugio Brentei, dove avevamo pernottato (si fa per dire) lo scorso anno. Giusto il  tempo di una Radler ghiacciata e giù verso la Vallesinella.senza titolo-245

Il sentiero un po’ sale e un po’ scende, poi finalmente arriva al rifugio Casinei. Siamo vicini alla meta, non c’è più voglia di fare foto, i piedi sono a pezzi e non solo quelli. Ora il sentiero passa all’ombra del bosco, è decisamente meglio. Finalmente siamo giù, sono sfinito, morto, ho male ovunque, ma un’emozione ancora mi attende. E’ venuto a prendermi a Vallesinella un mio amico delle superiori che abita a Pinzolo, glielo avevo detto che sarei stato lì.  Erano trent’anni che non ci si vedeva. Ero felice, abbiamo ricordato un po’ gli anni ottanta, la scuola serale,  le sciate e il tempo trascorso assieme. E’ molto gentile, si offre di portarci lui al Grostè con il suo pickup, senza attendere la navetta, e prima di salutarci, con la promessa di vederci a breve, ci offre uno spritz.  Tra gli abbracci e un po’ di magone ci congediamo. Sono quasi le otto di sera, siamo partiti dal Tuckett questa mattina alle sei. Sfinito, prendo la mia auto e mi dirigo a S.Lorenzo in Banale dove mi attende una notte al Garnì. Finalmente un letto, finalmente una doccia, finalmente un po’ di riposo. Dopo essersi risistemati ci troviamo al ristorante per la cena, parliamo della giornata, ma sui visi è percepibile la stanchezza e appena finita la cena si va a dormire. Peccato,avremmo dovuto fare un po’ di post produzione, ma non siamo più in grado di fare nulla. Passano pochi minuti e si spegne la luce, per fortuna questa notte è andata meglio.
La giornata di lunedì è completamente diversa, non ci sono bocche da conquistare, salite senza fine e ore di cammino. Da Molveno prendiamo la seggiovia, anche se il Mirco di Parma è abbastanza contrariato; fosse per lui gli impianti di risalita andrebbero aboliti.  Saliamo al rifugio La Montanara che offre una splendida vista sul Brenta e sui sentieri che avevamo percorso il giorno precedente. Ma ci sono molte nubi lassù, per fortuna che  ieri era sereno. Ci divertiamo un po’ a scattare  foto da convertire poi in bianco e nero.  Con Michele, la guida del Parco Adamello Brenta, che già ci aveva accompagnato lo scorso anno, percorriamo un facile sentiero che ci conduce al rifugio Croz dell’Altissimo. Lungo il sentiero ci fermiamo continuamente a fare macro, ci sono dei bei fiori, c’è il Raponzolo di roccia da immortalare. Michele è molto paziente e intanto ci spiega del parco, ci racconta della presenza e degli avvistamenti di numerosi orsi. Arriviamo così al Croz che sono le 16. E’ giusto ora del pranzo/merenda: piatti di affettato, formaggi, polenta e naturalmente Radler. Si sta meglio, ma manca ancora una fettina di torta e il caffè. Ora si scende, basta, gli ultimi 5 km che mi separano dalla mia auto sembrano non terminare mai. Gli scarponi che ho ai piedi hanno dato prova di tutta la loro scarsa qualità, e arrivo giù con le dita insanguinate, ancora una volta sono sfinito, ma se penso a quello che ho fatto in questi 3 giorni sono davvero orgoglioso di me stesso ho superato le mie paure, ho vinto. Ho fatto la mia prima ferrata, sono felice, ho visto angoli meravigliosi che forse mai avrei immaginato. Grazie a Mirko, a Lorenzo e a tutti i miei compagni di viaggio, ancora un grazie speciale a Barbara, magari ci rivediamo qui l’anno prossimo e, perché no, a fare le Bocchette…

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Testo e Fotografie di Claudio Guaglione