Foto di Monti Pallidi

di Renato Corpaci

Il nano Laurino, re dei Salvani, alla ricerca di un territorio in cui insediare la propria gente, fece un patto con il principe di un regno delle Alpi Orientali. In cambio dell’accoglienza per il popolo degli gnomi, acconsentì a filare un velo di raggi lunari che permise all’innamorata del principe di scendere dal satellite naturale della terra, dove abitava, per vivere accanto al suo amore. Da allora, e prima di assumere il nome attuale, le Dolomiti, in virtù del loro aspetto lunare, si chiamarono Monti Pallidi…

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Per documentare la leggenda, invadiamo le rive del laghetto Welsperg in Val Canali per una fotografia notturna tra le rane che si tuffano nell’acqua, disturbate dalle ombre proiettate dalla luce della luna sui nostri passi.

Ascendiamo fino alla stazione di arrivo, a quota 2654 metri, sull’altipiano che si estende per un’area di circa 50 kmq e offre un enorme spazio vuoto, innevato – «di panna montata» propone qualcuno – e quasi lunare che ondeggia tra i 2500 e i 2800 m.

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Prosieguo con le ciaspole lungo una rampa digradante che porta fino alla Cima Rosetta, a 2743 metri. Per qualcuno che sia abituato a frequentare la montagna e le vette, è divertente vedere questa piccola folla di entusiasti aggirarsi sulla neve compatta alla ricerca di pose originali.

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L’imponente Pala di San Martino torreggia tra Cima delle Scarpe e Cima Immik. Splendida occasione per sperimentare l’estro fotografico anche in varie inquadrature dell’ampio paesaggio o, al contrario, per stringere l’angolo di ripresa sui “sastrugi”, una parola derivata dal russo (singolare sastruga o Заструга) che definisce i disegni che il vento produce sulla neve modellandola o “scolpendola”.
A quota 2581 metri penetriamo nel Rifugio Pedrotti, la “Fortezza Bastiani” de Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Lo scrittore amava le Dolomiti e si lasciò ispirare dal paesaggio dell’Altipiano per il suo romanzo.

 

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All’ora del tramonto il Cimon della Pala, 3184 metri di carbonato di calcio e magnesio, ci ammonisce indicando il cielo terso. È affiancato a sinistra dalla Cima Vezzana, di lui più alta di 8 metri, anche se non si nota, per la forma più tozza e la posizione leggermente arretrata.
Nel fugace momento clue, la parete di roccia dolomitica si tinge di quel classico “rosa” fatale che ha reso famose queste montagne e le imprime nella memoria dell’osservatore in maniera indelebile.

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Alla luce del giorno, una seconda visita al laghetto Welsperg fornisce l’occasione anche per guardarsi intorno alla ricerca di un soggetto su cui misurare la capacità di rendere in B&W ben oltre quelle banali cinquanta sfumature di grigio, come il residuato ceppo di un vecchio albero abbattuto accanto a un masso ricoperto di licheni può ben dimostrare.

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Lo scenario della Val Canali, con le Pale di San Martino saldamente ancorate sullo sfondo del torrente, è fiabesco. In fondo alla Val Canali, colpa della stagione precoce, la flora alpina non ha ancora avuto il tempo di sbocciare in tutto il suo splendore.

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A Paneveggio i cervi infortunati, raccolti e ricoverati dalle guide dell’Ente Parco, sostano ruminando in attesa di essere reintrodotti in libertà.

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Di Renato Corpaci viaggisportvacanze.it

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